Paolo Parente

Mio fratello Giovanni

Gen
06

Ero appena uscito dalla doccia e un primo giorno dell’anno non freddo, ma neanche accogliente, mi attendeva oltre la porta. Mi toccava raggiungere i parenti più intimi per riprendere quello che avevamo interrotto i giorni precedenti, da una settimana a quella parte: mangiare di tutto, ingozzarci, mettere il cibo prima di noi stessi e andare avanti all’infinito, senza sapere né chiederci perché. Del resto lo sapete anche voi; le feste.
Ormai vivevo solo da più di un anno. Alla fine, pur di separarmi dai miei, mi ero convinto a trasferirmi in un’altra casa, restando comunque nella loro città. Ne avevo bisogno per crearmi lo spazio necessario a trovare una strada mia, o comunque era quello che pensavo. Tutto sommato stavo meglio senza le troppe regole insensate che c’erano in casa dei miei. Potevo imparare a sentire quello che era giusto per me; sì, insomma, a pensarci almeno, a provare a prendere un posizione.
Mia madre era una di quelle che non ti lasciano respirare. Si era spesso sostituita a me nelle scelte, proteggendomi a suo dire dagli scotti del fallimento, fino al giorno in cui ho deciso di andare. Appena fuori mi aveva sorpreso la leggerezza, la sensazione di aver perso tanto del peso negativo che trascinavo e che mi ero illuso mi appartenesse. Mio padre, a quei tempi, era ancora un pittore immerso nella sue tele condannate alla mancanza di successo, ma che io in fondo apprezzavo. Poteva permettersi di non trovare un altro lavoro per alcune proprietà ereditate dai suoi genitori, che erano le stesse che mi concedevano il nuovo appartamento poco distante dal centro, della città e dei miei problemi. “Segui la tua voce”, mi diceva il mio vecchio. Ma poi spariva nel suo studio per un tempo che poteva essere infinito e il più delle volte determinato da qualche strano pensiero che aveva raccolto tra due pennellate.
Mancavano dieci minuti all’una e dovevo affrettarmi per non perdere il tram. Le strade della mia città, sempre animate da un certo via vai, erano stranamente vuote e silenziose. Tutti, immaginai, erano già nel posto scelto per condividere gli auguri, la gioia e il cibo della festa. Allora avanzavo in quel silenzio sinistro, nel grigio del cielo e dei pensieri, quando vidi un gruppo di persone in cerchio attorno a un uomo, caduto proprio sotto il cartello del quattro, il mio tram. Mi avvicinai e mi accorsi che si trattava di un anziano, all’incirca ottantenne, che faticava a respirare e muoveva confusamente la mano davanti agli occhi, biascicando parole.
Il cerchio umano si allargava e da una signora gentile e immersa nella sciarpa nera, appresi che avevano già chiamato un’ambulanza, che però tardava ad arrivare. «Le feste.» mi disse, «A sentirsi male durante le feste c’è da lasciarci le penne, perché tutti a fare baldoria e a nessuno che va di lavorare».
L’uomo rimaneva solo. Nessuno aveva voglia di mescolarsi a quella sofferenza, certamente per paura di vedere minacciata la propria serenità. Io, che non temevo il contagio, trovai naturale avvicinarmi per vedere se potevo dare una mano.
Delirava, probabilmente per un colpo al cervello, un’ischemia o che altro ne so, che non l’aveva stroncato ma doveva fargli vedere cose piuttosto strane, perché mi guardava con occhi vuoti e diceva: «Giovanni! Tu sei mio fratello Giovanni».
«No, guardi, io mi chiamo Carmine e potrei essere suo nipote».
«Sei sempre stato quello spiritoso, Giovanni. Da quanto tempo, eh? Ma è già finita la guerra?».
«Da un pezzo. Ma io non c’ero. Ho solo vent’anni».
Parve rinsavire.
«Vent’anni? Allora non sei Giovanni».
«Non sono Giovanni».
«Sono caduto» gridò.
«Tra pochi minuti sarà qui l’ambulanza e si sistemerà tutto. Resista ancora qualche minuto».
La gente era tutta andata via, la curiosità iniziale esaurita e il quattro, dopo una breve sosta, ripartito in direzione del capolinea. Il vecchio non sembrava più così morente. Era affannato, ma prendeva colore dalla tavolozza della conversazione.
«Giovanni è mio fratello. Lo conosci?».
«Temo di no».
«Ah. Giovanni è morto».
«Condoglianze. Mi spiace».
«Tremava, tremava sempre. Ha tremato per tutta la vita. Non si stancava mai. Era il più forte di tutti noi».
«Tremava? E perché tremava?».
«Poliomielite! L’aveva presa da piccolissimo e gli aveva paralizzato una parte del cervello».
«Poliomielite… Non la conosco».
«Ma l’altra parte funzionava bene, sai? Ah, era molto intelligente, andava bene a scuola e aveva una bella grafia».
Ormai solo qualche passante si avvicinava attratto dall’originalità della scena, ma subito distoglieva lo sguardo per sfuggire a un eventuale richiamo o anche solo a un cenno fuggente di mano. Dell’ambulanza neanche l’ombra e io stavo pensando se provare a richiamarla oppure no, ma il vecchio continuava a parlarmi di questo suo fratello Giovanni, a chiedermi, sempre arrampicandosi su respiri ripidi, se poteva raccontarmi una storia. Dissi sì perché non mi andava di lasciarlo solo e questo suo fratello scomparso un po’ iniziava a incuriosirmi.
Il 14 settembre del 1951, in una piccolissima frazione di un piccolissimo paesino di provincia, era un giorno speciale. Tra tutti i giovani perdigiorno analfabeti, destinati a guidare le pecore tra i campi, ce n’era uno che aveva miracolosamente superato l’esame per l’ammissione in seminario, guadagnandosi l’opportunità di studiare coi preti e diventare un giorno sacerdote a sua volta, uomo colto e importante, illuminato dalla grazia di Dio. C’è da figurarsi la gioia dei compaesani, che non si rendevano conto si trattasse soltanto del primo passo di un lungo e tortuoso cammino, ma pregustavano la gioia e i privilegi della comparsa di una figura tanto illustre tra le loro conoscenze.
Il prescelto si chiamava Ilario ed era il più piccolo di otto fratelli. Due, però, li aveva visti partire in guerra per non tornare più, e altri due spegnersi piccolissimi tra le mani vizze della fame. Suo padre era un uomo alto, imponente, un eroe che aveva difeso la moglie e le figlie dai soldati tedeschi, armato soltanto di un bastone di legno. Gli avevano poi sparato a una gamba, ma senza riuscire a toccare la consorte e le ragazzine, che erano due. Non esattamente delle fate. Brutte, in effetti, ma forti e legate tenacemente alla vita. Sua madre era piccola e dal viso segnato dalle rughe che si provocava a forza di sorridere. Principalmente badava all’orto dietro casa, che era la fonte principale del sostentamento famigliare, e rideva. Questa letizia l’aveva trasmessa un po’ a tutti, in particolar modo a Giovanni, l’altro suo figlio ancora in vita, quello con meno motivi di starsene allegro. L’epidemia di polio agli inizi del Novecento gli aveva intaccato il sistema nervoso centrale, realizzando una rarissima possibilità che toccava soltanto all’un per cento dei casi. Emiparesi spastica sinistra da encefalopatia infantile, recitava l’austero referto medico, ma voleva comunque dire aver perso gran parte del controllo sul corpo; tremare, senza freddo o paura, bere dalla cannuccia e aprire la bocca nell’attesa di una mano che, estranea, vi accostasse il cucchiaio col brodo o il pasto minuto di facile deglutizione. Giovanni era primogenito in una famiglia e in un tempo in cui questo titolo contava qualcosa, e non aveva potuto reggere i più piccoli agli esordi nel camminare, giocare al pallone, correre a perdifiato nel sole e i prati verdi della sua terra. Non aveva potuto fare la guerra.
«… e lui avrebbe voluto, sai? Era il più coraggioso di tutti» disse il vecchio, che raccontando recuperava in parte il ritmo naturale dei respiri. Guardai l’orologio, che segnava un quarto alle due. Né luci intermittenti né sirene all’orizzonte.
«Mi scusi, devo richiamare i soccorsi. Il ritardo adesso è inaccettabile».
E mentre il vecchio mi ammoniva per questa pausa a suo dire non necessaria, io mi arrabbiavo con una brusca infermiera che gracchiava dell’ambulanza che aveva lasciato l’ospedale da almeno mezz’ora e doveva aver subito un incidente. Avrebbe cercato nuovamente di contattare il conducente e poi verificato la presenza di altro personale, che però non le risultava, dato il Capodanno.
«Dicevo, io lo vedevo che se ne stava lì, accoccolato su sé stesso a pensare e tremare. Io lo so che pensava che voleva mangiarsi le mani. Si sentiva in colpa per i nostri fratelli morti in guerra mentre lui era costretto a casa. Si sentiva in colpa per tutto. Si caricava addosso il peso di tutto il mondo e poi lo perdeva con quelle scosse del corpo che non poteva evitare. Ah, mio fratello Giovanni».
Ma di quel 14 settembre del 1951, a noi interessa in modo particolare una porzione: decine di persone in fila dietro a un asino. Un asino qualunque, un asino che non avremmo mai preso in considerazione se non avesse avuto quel compito importante di guidare Ilario, e la sua famiglia, fino al seminario. Nessuno voleva perdersi l’evento, tanto che c’era calca dietro la famiglia che stretta in cerchio confabulava.
«Mio padre salì a fatica sull’asino, per quella sua gamba offesa, e fece segno a Giovanni di occupare l’unico altro posto disponibile. Era il primogenito, gli spettava di diritto. Io avrei dovuto camminare a piedi appena dietro di loro, e dietro di me mia madre con le mie sorelle e tutto il paese, che ci avrebbe accompagnati per un po’».
Pronunciò con fatica queste ultime parole e poi cominciò a fissarmi in silenzio. Mi spaventava una certa luce che entrava e usciva dai suoi occhi, ma quando c’era svolazzava limpida nelle iridi chiare. E quel volo libero della vita nei suoi occhi, dovette accidentalmente sfiorargli qualcosa di caro, una frazione d’anima, se volse al pianto mentre diceva: «allora Giovanni, mio fratello Giovanni, mi mise una mano sulla spalla e mi guardò per un minuto intero senza parlare. Poi gli scese una lacrima e voleva e non voleva dire qualcosa e tremava, tremava con la mano sulla mia spalla e io avrei voluto stringerlo ma non potevo, perché ci guardavano tutti e io ero già un uomo e lui era più uomo di me. Più uomo di tutti».
«E poi?» mi sfuggì.
«Presi il posto dietro mio padre e l’asino partì. Giovanni, mio fratello Giovanni, che per la malattia non poteva camminare e doveva essere sorretto, chissà con quale sforzo si reggeva da solo e non rallentava, andava veloce come gli altri per non essere di peso. Andava veloce come gli altri perché mi voleva bene e quando mi giravo sorrideva e mi faceva cenno con la mano di guardare avanti, per la mia strada».
Abbassai lo sguardo per la commozione e quando lo alzai Ilario piangeva più forte, e mentre piangeva moriva. Sussultava, il petto scosso da mille minuscoli singhiozzi, e si arrestò. Ma la storia, veloce e categorica, era già dentro di me, così come l’immagine del suo volto che si rasserenava intanto che si spegneva. E ci pensavo ancora quando arrivò la tardiva ambulanza e non c’era più niente da fare, a casa con mia madre troppo preoccupata del mio tacere il motivo del ritardo e ci penso adesso, mentre scrivo.
Penso a mio fratello Giovanni. A suo, fratello Giovanni, volevo dire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *