Paolo Parente

Foto d’infanzia

Gen
19

È lo strapparsi reiterato di un contatto,
l’antitesi di quando vi ho lasciato,
l’assenza di voi che ve ne siete andati.
Ritornate da un passato digitale,
da un presente analogico, dalle corsie
che non credevo di dover sorvegliare,
e in un attimo in ogni voce il rimpianto
e questa nostalgia che non posso
tagliaincollare in un disco esterno,
che mi salda a uno schienale lontano,
che non conoscerete, in una mia casa
in cui non entrerete mai, con uno
sguardo stravolto soprattutto dagli addii,
che non ricambierete, e non ci saluteremo
incontrandoci per strada, non ci aiuteranno
i ponti delle vecchie congiunzioni,
non sapremo che farcene di tutto il tempo
sofferto a diventare meno soli e più noi,
a dirci sottinteso quel beffardo per sempre,
a sbiadire ad occhi chiusi in un abbraccio.
Siete foglie secche all’uscita di scuola,
e il vostro backup come le foto d’infanzia.

Dov’è che andava

Gen
03

Racconto pubblicato, con un altro titolo, da Verde Rivista.
https://verderivista.wordpress.com/2016/12/05/ma-che-cazzo-di-bestia-cieca/

La prima volta che li vidi insieme ero con degli amici ai tavolini del bar in piazza e c’era musica dal vivo, una tribute band dei Pink Floyd. Lui non lo vedevo da tempo, perché per un periodo aveva fatto la spola da Roma, dove aveva finalmente trovato lavoro come infermiere, che poi aveva perso qualche mese dopo e non ci aveva mai detto bene perché. Lei non l’avevo mai vista, non era delle nostre parti. Comunque, mentre si avvicinavano, Stefano seduto alla mia destra mi sfiorò il braccio e mi disse all’orecchio che non ci poteva credere.

Stefano non ci poteva credere perché lei era davvero bellissima e altissima. Era bellissima (e altissima) in sé e in relazione a lui, all’esterno e verso l’esterno; questo ci faceva già supporre che fosse bellissima (…) dentro quanto fuori. Valerio era il classico ragazzo normale, uno che aveva sempre avuto delle relazioni lunghe con ragazze altrettanto normali, che poi si spegnevano molto prima di finire, tanto che al momento dei saluti s’erano già persi tutti i rancori. (altro…)

17 novembre 2016

Gen
03

Il vuoto più bello che ho
è quello che hai affidato
in un gesto prima di andare.
Con due dita sulle labbra
hai accompagnato un bacio
che continua a seguirmi,
a raggiungermi adesso
che non sei da nessuna
parte, che è notte e sento,
come mai, di essere solo
e mi chiedo come fanno
mani sicure come la tue
a non accarezzare più
a non spianare le strade
a non posarsi sulla tavola
per il pranzo domenicale.
Un giorno, un mese,
un secolo attraversa
le mie stanze, ascolto
giungere dalle viscere
la nenia dei ricordi e
sembrerà ieri, sempre,
ogni leggero ritrovarsi.
C’era un grande uomo
ed era per me la casa,
la stagione, il sorriso,
la parola, il mio tempo.