Paolo Parente

Dov’è che andava

Gen
03

Racconto pubblicato, con un altro titolo, da Verde Rivista.
https://verderivista.wordpress.com/2016/12/05/ma-che-cazzo-di-bestia-cieca/

La prima volta che li vidi insieme ero con degli amici ai tavolini del bar in piazza e c’era musica dal vivo, una tribute band dei Pink Floyd. Lui non lo vedevo da tempo, perché per un periodo aveva fatto la spola da Roma, dove aveva finalmente trovato lavoro come infermiere, che poi aveva perso qualche mese dopo e non ci aveva mai detto bene perché. Lei non l’avevo mai vista, non era delle nostre parti. Comunque, mentre si avvicinavano, Stefano seduto alla mia destra mi sfiorò il braccio e mi disse all’orecchio che non ci poteva credere.

Stefano non ci poteva credere perché lei era davvero bellissima e altissima. Era bellissima (e altissima) in sé e in relazione a lui, all’esterno e verso l’esterno; questo ci faceva già supporre che fosse bellissima (…) dentro quanto fuori. Valerio era il classico ragazzo normale, uno che aveva sempre avuto delle relazioni lunghe con ragazze altrettanto normali, che poi si spegnevano molto prima di finire, tanto che al momento dei saluti s’erano già persi tutti i rancori. Questa invece lo vedevi che era una passionale e che non avresti potuto spegnerti se non dopo aver preso fuoco del tutto, non prima di essere bruciato anche per poco ma molto intensamente. Mentre parlava ti guardava fisso negli occhi e allora tu dovevi abbassarli, perché se una del genere è la ragazza del tuo amico, sostenere il suo sguardo è una sfida con la volontà di non lasciarti andare a quel tipo di pensieri; con il dubbio caustico, anche, che tu non saresti mai riuscito ad avvicinarla perché non ti avrebbe mai e poi mai rivolto la parola. E mentre ci pensi lei si sfiora i capelli neri e ricci, che in ogni giro intorno a se stessi creano bui da cui quando ti accorgi di esserci finito dentro stai già cercando disperatamente di uscire senza riuscirci; il contrasto tra gli occhi scuri e il rosso bocca ti confonde e cerchi di fissarti le scarpe ogni volta che l’amico ti guarda, così gli stai dicendo che di te si può fidare, quando se lei ci stesse saresti tu, lo stesso tu che ha sempre aborrito il tradimento e guardato con disprezzo e ammonito con superiorità amici in compagnia di ex di amici, quella verità inaccettabile di non riuscire a trattenersi e dissolversi nella proposta ammaliante dell’inaccessibile.

Dopo quella sera iniziarono a frequentare il nostro gruppo, a seguirci al pub il venerdì sera e in piscina il sabato mattina. Ines catturava sempre di più le nostre attenzioni col suo italiano fluente e nordico e la cultura versatile, mentre Valerio arrancava nel bisogno di elevarsi, ai nostri occhi quanto ai suoi stessi, al livello di lei. Ma ogni tentativo non poteva che risultare forzato, quando non imbarazzante, dunque all’improvvisa sparizione di entrambi non potei stupirmi troppo. Avevo già confessato a Stefano i miei dubbi riguardo la possibile durata della loro permanenza tra noi, dubbi che mi portavano ad interrogarmi sulla solidità della nostra amicizia, ma alla fine prevaleva sempre in me la convinzione che il terreno comune su cui poggiavamo non fosse poi tanto cedevole, e che altri in situazioni simili sarebbero stati ugualmente in difficoltà alla comparsa, in un gruppo datato e totalmente maschile, di una bellezza del genere.

Sparirono, quindi, e noi ce li immaginavamo rintanati in casa di lui a scopare quelle cinque o sei volte in una giornata. Ci scherzavamo anche molto su, – chissà se lui ce la fa, se riesce a tenerla a bada, se non ha bisogno alla fine del ghiaccio – erano il nuovo, l’argomento di maggiore interesse. Valerio ci aveva informati che sarebbe rimasto in paese a tempo indeterminato, che aveva intenzione di provare a riprendere il vecchio lavoro alla ferramenta Izzo, per convivere con Ines nella casa che gli avevano lasciato i genitori. Delle cose che riteneva più importanti invece, in genere, parlava soltanto con me. Era sempre stato molto riservato, ma soprattutto incapace di lasciarsi andare a qualunque tipo di spensieratezza sociale: in mezzo agli altri sembrava sempre come sul punto di districare una complessa operazione intestinale. Io, che con lui avevo condiviso tanto, avevo imparato a leggergli il disagio dalle espressioni appena accennate del viso.

Proprio queste difficoltà lo avevano costretto nel tempo a isolarsi e a nasconderci, per quanto possibile, le sue relazioni. Quindi fu molto strano vederlo presentarsi con scioltezza – rispetto alla sua norma – con Ines che ancora più facilmente di altre, in quei contesti, poteva complicargli lo stare insieme. Era troppo rigido con se stesso, ostinatamente alla ricerca di un supporto emotivo su cui fondare le poche certezze dalla vita breve e neanche intensa. Ma non ero mai riuscito a parlargli facendo in modo che mi ascoltasse e rispondeva a un consiglio con un’altra difesa, e poi scavalcava gli argini e mi inondava di parole come se non ci fossi, come fossi semplicemente un punto non amichevole, ma almeno neutrale, verso cui poter convergere le paure che lo annegavano prima che si alzasse ulteriormente la diga.

Solo che avevamo detto di vederci ancora, di prenderci una birra magari da soli; lo aveva proposto lui, forse per parlare come non facevamo da un po’. Iniziai a fare qualche giro sotto casa sua in cerca di movimenti. Niente Valerio, niente Ines, niente loro passeggiate imbarazzanti sotto gli occhi degli invidiosi increduli; niente per venti giorni, un mese, per troppo tempo, allora decisi di andare sotto casa sua e citofonare.

Al citofono per alcuni minuti cercò di convincermi ad andare via, a passare un’altra volta perché aveva casa che era un disastro, poi lo convinsi a una chiacchierata di cinque minuti e salii per accorgermi che casa non era così un disastro e che l’avevo vista in condizioni peggiori. Una metà del suo volto era deformata dalla stanchezza, l’altra si contorceva per la tensione. Lo avvertivo volere che me ne andassi, ma cercai di non mostrarmi stranito dal suo comportamento e sedendomi sul divano gli chiesi di Ines. Mi rispose senza guardarmi, ancora in piedi, che se n’era andata, o meglio, l’aveva mandata via; le cose non andavano e gli era sembrato giusto non illuderla oltre, una così brava e bella persona.

«Ma cosa stai dicendo? Che ti passa per la testa?»

«Guarda, non ti ci mettere anche tu»

«Non capisco. È… Vale, quando ti ricapita una così?»

«Ma lo vedi? Che ne parliamo a fare? Che vuol dire che non mi ricapita più? Lo so che vi ha stesi, che è una figa spaziale e tutto il resto, ma hai presente quando stai con una e ti senti da solo?»

Questo lo disse guardandomi attraverso il riflesso di un vetro che gli era scivolato davanti dalla tristezza, che unito al fatto che sì, ce l’avevo presente, mi fece scegliere il silenzio. Restai zitto anche perché mi aveva colto di sorpresa. Sapevo benissimo quanto fosse dura e interminabile ogni sua più piccola solitudine; aveva dovuto affrontare la stessa difficoltà alla fine di ogni rapporto, anche di quelli che più chiaramente non offrivano alcuna prospettiva. Era questo che lo portava a spingerli oltre il limite e che rendeva inverosimili per me le sue parole. Avevo sempre pensato che per lui fosse fondamentale una presenza dalla quale attingere stima e la vitalità che a volte sembrava possedere in quantità indispensabili, più che di un affetto particolare. E adesso poteva rinunciare a quel genere magnifico di presenza? Poteva essere fino a tal punto inadatta, Ines, da fargli soffrire per la prima volta in un rapporto, la solitudine che lo terrorizzava? Si era seduto, anche se senza poggiare la schiena, ma appena gli dissi che stavo per andare in bagno scattò di nuovo in piedi e poi cercò di nascondere quello stato inspiegabile di allerta.

«È un casino di là. Scendi, vai al bar»

«Ma da quando ti fai questi problemi con me? Ci metto un attimo e poi vado».

Mentre camminavo lungo il corridoio lo sentivo procedere alle mie spalle, a pochi passi, come per impedirmi qualunque scelta diversa dalla sua concessione. Allora, ormai insospettito, con la porta del bagno alla mia sinistra decisi di aprire quella sulla destra mentre lui si precipitava a impedirmelo, e quella che mi ritrovai davanti fu la stanza di un ospedale finita chissà come dentro casa sua.

Aveva perfino tinteggiato le pareti e sostituito l’arredo solido della nonna di sua madre con un mobilio essenziale e metallico. Con gli scuri aperti e la luce che rimbalzava da un punto all’altro del bianco intenso perché recente, e che affaticava la visione, inizialmente mi sfuggì l’odore. Poi eccolo: decontaminazione di lacrime asciugate con la manica con sotto una fragranza più forte, di disfacimento placato da premure insonni, che mi costrinse a portare la mano al naso e mi fece rivolgere lo sguardo al letto. Con lui che cercava di allontanarmi e non riusciva per la mia opposizione alla piccola mole, scrutai da un capo all’altro la vecchia che arrancava dietro la mascherina e sembrava solo una testa inchiodata al respiratore. Il corpo era nascosto da un lenzuolo bianco che si alzava di pochissimo dal materasso fino alle caviglie e poi saliva ripido alle punte dei piedi, che quindi facevano pensare a una sproporzione insieme grottesca e malinconica. Si capiva che gli occhi erano il suo solo mezzo di comunicazione da come si muovevano piano, e perché dove si fermavano scavavano piccoli solchi come delle parole che non capivo, ma Valerio sì e mi pregava, quasi in lacrime, di uscire dalla stanza e uscii. Lui restò dentro qualche minuto, poi mi raggiunse ancora sul divano e come prima cosa mi chiese di saper mantenere un segreto per una volta, anche se neanche una volta l’avevo tradito.

La vecchia era la sua donna da tanto; da un tempo che siccome non voleva spiegare di più che con “tanto”, non aveva tempo. Era un amore passato attraverso diverse fasi: prima c’era stato il fuoco, poi le carezze per addomesticarlo e i baci brevi e frequenti in attesa che si freddasse, poi pochi ma interminabili; era passato attraverso le insinuazioni della fine e ne era uscito con cicatrici di necessità da esporre a bella vista per ricordare; si era dovuto nascondere per sopravvivere e dalla clandestinità aveva imparato l’essere sempre a portata di mano e irraggiungibile, unico e monotono da impazzire; era noia, abitudine incrollabile, e allora il legame più forte che c’è.

«E Ines?»

«È andata via proprio perché in tutto questo tempo non l’ho mai fatta entrare in casa. Dormiva al Bed & Breakfast di Via Mattei. Sarebbe stato impossibile spiegarle quello che c’è tra me e Silvia. Quello non si può accettare»

«Tu hai perso la testa. Questa donna ha bisogno di un ospedale, di cure e poi di una…»

«Questa donna ha bisogno di me. Credi che non ce l’abbia portata in ospedale? Ci sei mai stato tu in un cazzo di ospedale? Gli infermieri sono degli animali, io lo so bene. La chiamavano “nonnina” e per spostarla da un letto all’altro la caricavano su un lenzuolo teso. Ce la buttavano su quei cazzo di letti. La imboccavano da stesa e tiravano dentro a forza il cibo che le colava dalle labbra. Io non potevo vederla così. Ti giuro, ci ho provato, ma non potevo…»

«Non potevi cosa?»

«Lì dentro smetteva di essere una persona. Sapevo che era sempre lei, ma quello che dovevo vedere allontanava ogni certezza. Non sembrava un cazzo lei mentre stringeva i denti per non piangere la dignità che perdeva. Diventava qualcosa di disumano, di inaccettabile. Capiva tutto, è sempre stata molto lucida, anche adesso. Da quando l’ho portata via dalla clinica non ha più parlato e niente della malattia le impedisce di parlare. È soltanto stanca, ma la sua stanchezza è strana. Credo che sia stanca perché sa perfettamente che sta per morire e che non può farci niente. È stanca di essere impotente e mortale e di non poter continuare ad amare e godere fino ad essere stanca davvero ma della vita, capisci? Non potevo lasciarla lì. Credo di aver bisogno di lei proprio per questo. Hai visto negli occhi che luce di ragazza? Mi terrorizza quello che le sta succedendo, ma ho ancora tanto bisogno di lei».

Del loro passato mi disse soltanto che si erano conosciuti a una festa in casa di amici comuni e che aveva avuto la strana impressione, da subito, di aver semplicemente riallacciato un rapporto finito chissà quando e chissà come e perché perso nella memoria; un rapporto il cui ricordo sensoriale lo aveva portato a respingere inconsciamente tutto il resto. Indicando una donna molto più vecchia di lui, aveva esclamato: ecco! la ragione del mio scontento; e gli era sembrato di vivere una vita che non sapeva se definire diversa o semplicemente vita rispetto alla non-vita precedente. Eppure lei aveva già un’aspettativa di sopravvivenza molto breve, che anzi superò poi di molto contro ogni previsione. Una sera, dopo aver bevuto troppo rosso, al tavolo della cucina illuminata soltanto dall’unico dei due faretti della cappa aspirante che ancora funzionasse, mi confessò che aveva avuto allora e oggi più volte il sospetto di amarla proprio per la sua condizione di bilico sulla vita. Poi proseguì abbozzando che fosse proprio questo stato a conferirle un certo disinteresse per lui necessario, impossibile da ritrovare in chiunque sia ancora troppo “al di qua”; ma non riuscii a strappargli di più e questa descrizione mi risultò eccessivamente vaga per una comprensione totale. Quello che invece ripeteva sempre più chiaramente era il contrasto tra il bisogno che aveva di lei e la difficoltà crescente dell’accudirla più la diminuzione dell’apporto umano che era in grado di dargli causa la malattia. Allora mi accorsi che non mi restava altro che proporgli di ospitarmi, così avrei potuto dargli una mano ed essergli di compagnia e mi sorprese ancora una volta, dopo circa due minuti di resistenza appena sussurrata, accettando. A quel tempo scrivevo per alcune riviste online, occupandomi principalmente di cinema e fotografia, così tutto quello che gli chiesi fu la chiave della rete domestica e qualche ora per tornare a casa a prendere il necessario.

Ecco le lenzuola pulite, la stanza degli ospiti è l’ultima a sinistra nel corridoio, scusami per la polvere ma lì dentro è da tempo che non ci dorme più nessuno, domani daremo una ripulita ed ecco il mio ingresso, destinato ad avviare un permanenza della durata di quaranta giorni nella casa che aveva chiuso a Ines e che stava trasformando in un’incubatrice per il suo amore morente e muto.

In quella casa ho scoperto che la tipologia e la qualità dei legami che ci avvolgono, hanno un’influenza umorale e quindi spazio-temporale. Dopo pochi giorni mi accorsi che da quando ero entrato si era come bloccato il tempo, e gli spazi sembravano distendersi tanto da convincermi che l’intervallo tra la cucina e il bagno mi sarebbe bastato anche a raggiungere la piazza o la luna in astronave. Prima attribuii tutto questo al cambio di ambiente e di abitudini, poi uscii e mi accorsi di portarmela dietro quella lentezza e iniziai a sospettare di subire passivamente una dilatazione volontaria: come se Valerio e Silvia volessero, non potendo arrestare il corso del fiume, scorrerci sopra distendendo al massimo le estremità. Ed io che ero già da tempo emotivamente imbrigliato a lui, e che mi andavo legando a lei, avevo assunto per imitazione la stessa postura. C’era infatti qualche giorno in cui lei dimenticava di morire e sorrideva, allora anche Valerio appariva più rilassato e si lasciava andare a battutine che erano caratteristiche del suo umorismo spicciolo ma in qualche modo unico. In quei giorni partecipavo agli scherzi con distacco per non disturbare l’intimità che stabilivano, e quindi avvertivo l’accelerare del tempo attraverso la percezione di noi. Come una sola notte fresca dopo tante a sciogliersi nei propri sudori, quella leggerezza piacevole ricostituiva, ma per il contrasto netto portava a riflettere; che se quel fresco fosse stata la norma tutto ci avrebbe posseduti e persi nel tempo di un riso debole e sfrontato, durante la veglia ai piedi del letto di una donna senza età che non si rassegna a morire.

Io e Silvia trascorrevamo pochissimo tempo da soli, perché Valerio ci sorvegliava quasi credesse possibile che avrei potuto provare attrazione per lei; e in effetti dopo un po’ cominciò ad affascinarmi. Mi piaceva che le fossero rimasti soltanto gli occhi, mi faceva fantasticare sulla permanenza romantica della luce nelle pupille quando si spegne il resto. Mi piaceva come cambiavano posizione a ogni chiusura-apertura lenta delle palpebre, perché non erano mai dove te li aspettavi. Forse di tutte le altre persone sempre mi distraevano i gesti e le parole. Dovendo cogliere tanto insieme il tutto diventa un’approssimazione. Tutto di poco è invece un molto piuttosto preciso, che mi faceva apprendere forse di più, rispetto a se avesse parlato di niente, perché di niente si può parlare quando non ci si conosce e dopo si ricama all’infinito su quelle tre o quattro cose che si pensa di aver capito dell’altro. Ecco, forse Silvia era meno altro: aveva il dono di accogliere. Una cosa certa era il suo amore sconfinato per Valerio e per qualunque cosa gli riguardasse. Capiva che ero io a entrare senza guardarmi e quando invece entrava lui, con solo un piede nella stanza, si voltava subito a sorridergli. A volte di notte stava molto male e voleva che le tenesse la mano mentre gettava la testa all’indietro. Poi quando tutto passava, gli indicava di poggiarle il viso sulla pancia e lo accarezzava fino ad addormentarsi, ma se lui provava a svegliarsi anche lei si svegliava e non voleva più dormire. Probabilmente quella vitalità che ci sorprendeva dipendeva esclusivamente dalla presenza di lui e lui doveva saperlo. Rabbrividivo a riflettere sulla responsabilità che questo doveva comportare, ma mi era chiaro quanto e perché lei avesse bisogno di lui, molto meno perché lui di lei.

«Hai bisogno di uscire. Dimentica questa storia, comincia da capo. Stai legando la tua fine alla sua, e per te è troppo presto. Puoi ancora trovare altro. Puoi qualsiasi cosa»

«Quando parli così, ho tanta paura».

Perdevo insieme a loro la percezione del mondo. Valerio mi chiedeva di uscire almeno una volta alla settimana, e mi dava la sua auto perché potessi raggiungere il discount o la farmacia per comprare quello di cui avevamo bisogno. Al ritorno mi faceva sempre la stessa domanda su cosa si diceva fuori e io non riuscivo mai a rispondere. Come prima cosa, fuori non si dicevano parole. Io non le sentivo, circolavo tra le voci come a un incrocio regolato da semafori: attendevo che l’ostacolo verbale liberasse il passaggio, e tutto quello che dicevo di monosillabico poteva ritenersi equivalente a un clacson che sbuffa se il verde si è acceso e l’auto davanti non si decide a ingranare. Per me, quindi, fuori si dicevano più che altro impressioni che avvertivo con una certa preoccupazione come estranee. I guanti della commessa che imbusta i peperoni gialli e un po’ di quelle arance, per favore; l’acqua della fontana in piazza non scorre più chissà da quanto, solo adesso me ne accorgo; il volto che questa donna sembra voler nascondere dentro al foulard mi è familiare, potrebbe anche essere quello della maestra di religione delle elementari che ho provato a ricordare… sarà stato il mese scorso?; questa strada con questa luce e quanti ricordi, come arrivassi da lontano. Pensavo quindi che ecco cos’altro poteva voler dire avere rinunciato a Ines per il confino nella casa-ospedale, un isolamento, ma la concretizzazione di un disinteresse per l’esterno o un sistema contorto di autodifesa?

Avevo intenzione di trascorrere la ventiseiesima notte, come altre, a scrivere un articolo per l’indomani, quando fui distratto dai gemiti che avevo già sentito e ignorato in altre occasioni. Non so dire cosa mi spinse invece adesso, a lasciare la scrivania su cui la polvere che avremmo dovuto togliere al mattino successivo alla prima notte, ancora disegnava scarabocchi che mi rilassava interpretare nelle pause pretese dal mio cervello durante la creazione, per avvicinarmi scalzo alla stanza-ospedale e approfittare dello spiraglio che avevano lasciato aperto, fidandosi eccessivamente di me. Si è qualcosa di informe prima di vedere certe cose, e si resta qualcosa di informe dopo averle viste, ma qualcosa di informe completamente diverso. Ecco una frase fatta: in amore tutto è lecito; e un conto è sentirla o ripetersela all’infinito, magari per giustificare le porcherie cui non vogliamo rinunciare, un altro è una porzione infinitesimale di luna in fase ascendente sullo spigolo in alto a destra della finestra e il membro gonfio di Valerio qualche centimetro sotto che oscilla accarezzando la bocca di Silvia, mentre le gambe gli tremano per lo sforzo di tenersi in equilibrio coi piedi sui due lati del letto lasciati liberi da lei stesa e poi la bocca che si apre e si chiude un numero dispari di volte, e i gemiti sempre più strafottenti perché, anche se in una posizione scomoda, si è in cima al mondo e quello che c’è sotto è un paesaggio tanto minuscolo quanto privo di senso, e toglierlo appena in tempo mentre Silvia porta lentamente le mani smaltate per l’occasione a scoprire il seno su cui precipita quello che resta dell’uomo dopo la caduta dallo spazio, e la vita giovane si incastra tra le rughe e lotta per il diritto di compiersi e morire perché non può sapere che gli è toccata in sorte la morte peggiore, non conseguente il compimento, su di un campo arido in cui niente, fortuna generosa o dramma straziante, può più germogliare. Poi Valerio si stese di fianco a lei e le poggiò la guancia sulla guancia umida. Mi sembrò di sentire Silvia sussurragli parole dolci, ma ero già confuso dallo sguardo di lui che in quel momento si era accorto di me. Non disse niente, anzi chiuse gli occhi per dormire e non ne fece mai parola.

Il tempo prese a scorrere più veloce, corrotto credo da quel presentimento di morte che fece sua la casa. Non occorreva più pensare al peggio per essere tristi, bastava rimanere fermi a cercare di non guardarsi per non rischiare di vedere confermata negli altri la propria inadeguatezza. Il problema di Silvia sembrava essere la notte, quando non la confortava più la condivisione della sofferenza che le offriva Valerio e non cercava più nessuno, come se il malessere in esubero l’avesse ulteriormente isolata nell’isolamento. Adesso sembrava irraggiungibile per noi che non ci perdevamo una sua smorfia seduti ai lati del letto a temere che prendesse forma quel pensiero della fine sperata purché finissero quegli spasimi. E a complicare tutto lo scarseggiare dei soldi a disposizione; io che potevo essere di aiuto fino a un certo punto e Valerio costretto ad andare a parlare col ferramenta per riavere quel posto. Quindi ecco che si fa: la notte veglia e di giorno in piedi presto per otto ore a scegliere quella richiesta tra tutte quelle punte di trapano, a pungersi i polpastrelli nella scatola delle punesse e dei chiodi, non poteva durare.

I primi giorni con Valerio fuori per lavoro mi faceva paura avvicinarmi alla stanza di Silvia per accertarmi che tutto andava bene. Quello che più temevo era che accadesse mentre c’ero solo io. Mi avvicinavo controllando il rumore dei passi e sbirciavo e non entravo mai. Di giorno se poteva dormiva, altrimenti restava comunque in quel suo silenzio ostinato, con la flebo nel braccio e la bocca che espirando offuscava la mascherina collegata al respiratore. Io dopo colazione cercavo di scrivere un po’ e poi di cadere in quel sonno leggero per necessità, da cui riemergevo a intervalli di circa trenta minuti per un’altra occhiatina veloce. E riposavo sulla solita poltrona reclinabile in cucina, di fianco al camino, quando credetti di sentire il mio nome pronunciato dagli angeli venuti a prendersela, e invece era lei che mentre diceva Paolo cercava di scaldarsi la voce, come gli occhi, di ragazza. Appena fuori dalla stanza mi fermai e aspettai che mi chiamasse ancora per essere sicuro di non avere immaginato, poi entrai e la trovai seduta coi piedi penzolanti a rasentare terra, a respirare agevolmente senza ossigenazione artificiale. Mi chiese come prima cosa un bicchiere d’acqua che andai con urgenza a prenderle di là, e poi c’è un’altra cosa che non mi lascia riposare, un verme insaziabile che non smette di assillarmi con la sua fame anche se con tutte le forze cerco di ignorarlo e allora dimmi, ti prego, c’è stato un periodo in cui Valerio si assentava spesso da casa e non aveva ancora ripreso a lavorare, è stato prima che ti trasferissi da noi, ma tu lo sai bene, dove andava, Paolo, Valerio, dov’è che andava?

Credo che nessuno potrebbe prendersela con me; anche se era chiaramente sul punto di piangere perché voleva che mentissi pur di dirle la verità, se la verità era che lui aveva provato a dimenticarsela con un’Ines giovanissima, bellissima e altissima. A me venne da metterla così: ci ha provato, è vero, ma non ha alcuna importanza perché non ci è riuscito. Mi sembrava un discorso inattaccabile, diavolo, uno così giovane che becca una di quella portata e sai di essere vecchia e morente praticamente da sempre e non capisci cosa vuol dire se non ci riesce a separarsi da te? E invece non la smetteva di piangere e io ero convinto che sarebbe morta per quello, poi che fosse immortale mentre si alzava e camminava fino a me e mi prese il volto tra le mani e stammi bene a sentire, e mi chiese qualcosa di tremendo, che non potevo fare e che feci. Allora quando la sera al ritorno Valerio disperato corse nella mia camera per dirmi che Silvia se n’era andata, io provai a fingere di aver frainteso e confuso la fuga per una morte. Lui rispose soltanto che non sarebbe potuta andare da nessuna parte da sola.

Dopo essere stato brutalmente respinto dalla casa-ospedale (e dalla vita del mio più caro amico che non volle saperne più niente di me), me ne stavo nella mia cucina fredda a leggere la posta che quel giorno ero stato costretto a ignorare. C’era tra le altre un’e-mail del caporedattore che mi commissionava la recensione dell’ultimo film di un regista sudamericano indipendente, dal titolo “Ma che cazzo di bestia cieca, furiosa, atemporale è l’amore?”, che digitai nella barra del motore di ricerca e schiacciai play.

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