Paolo Parente

Foto d’infanzia

Gen
19

È lo strapparsi reiterato di un contatto,
l’antitesi di quando vi ho lasciato,
l’assenza di voi che ve ne siete andati.
Ritornate da un passato digitale,
da un presente analogico, dalle corsie
che non credevo di dover sorvegliare,
e in un attimo in ogni voce il rimpianto
e questa nostalgia che non posso
tagliaincollare in un disco esterno,
che mi salda a uno schienale lontano,
che non conoscerete, in una mia casa
in cui non entrerete mai, con uno
sguardo stravolto soprattutto dagli addii,
che non ricambierete, e non ci saluteremo
incontrandoci per strada, non ci aiuteranno
i ponti delle vecchie congiunzioni,
non sapremo che farcene di tutto il tempo
sofferto a diventare meno soli e più noi,
a dirci sottinteso quel beffardo per sempre,
a sbiadire ad occhi chiusi in un abbraccio.
Siete foglie secche all’uscita di scuola,
e il vostro backup come le foto d’infanzia.

17 novembre 2016

Gen
03

Il vuoto più bello che ho
è quello che hai affidato
in un gesto prima di andare.
Con due dita sulle labbra
hai accompagnato un bacio
che continua a seguirmi,
a raggiungermi adesso
che non sei da nessuna
parte, che è notte e sento,
come mai, di essere solo
e mi chiedo come fanno
mani sicure come la tue
a non accarezzare più
a non spianare le strade
a non posarsi sulla tavola
per il pranzo domenicale.
Un giorno, un mese,
un secolo attraversa
le mie stanze, ascolto
giungere dalle viscere
la nenia dei ricordi e
sembrerà ieri, sempre,
ogni leggero ritrovarsi.
C’era un grande uomo
ed era per me la casa,
la stagione, il sorriso,
la parola, il mio tempo.

Mosca bianca

Gen
06

Non avermene,
se sono costretto a tesserti
sulle inquiete zampine
catene che non spezzerai.

E le ali che volevi
battessero ancora
cieli a riparo
dalla cattiva stagione,
scuotono la ragnatela
e il mio rimorso.

È quasi inverno
mosca bianca,
quasi il punto che,
vada come vada,
morirai.