Paolo Parente

17 novembre 2016

Gen
03

Il vuoto più bello che ho
è quello che hai affidato
in un gesto prima di andare.
Con due dita sulle labbra
hai accompagnato un bacio
che continua a seguirmi,
a raggiungermi adesso
che non sei da nessuna
parte, che è notte e sento,
come mai, di essere solo
e mi chiedo come fanno
mani sicure come la tue
a non accarezzare più
a non spianare le strade
a non posarsi sulla tavola
per il pranzo domenicale.
Un giorno, un mese,
un secolo attraversa
le mie stanze, ascolto
giungere dalle viscere
la nenia dei ricordi e
sembrerà ieri, sempre,
ogni leggero ritrovarsi.
C’era un grande uomo
ed era per me la casa,
la stagione, il sorriso,
la parola, il mio tempo.

Mio fratello Giovanni

Gen
06

Ero appena uscito dalla doccia e un primo giorno dell’anno non freddo, ma neanche accogliente, mi attendeva oltre la porta. Mi toccava raggiungere i parenti più intimi per riprendere quello che avevamo interrotto i giorni precedenti, da una settimana a quella parte: mangiare di tutto, ingozzarci, mettere il cibo prima di noi stessi e andare avanti all’infinito, senza sapere né chiederci perché. Del resto lo sapete anche voi; le feste.
Ormai vivevo solo da più di un anno. Alla fine, pur di separarmi dai miei, mi ero convinto a trasferirmi in un’altra casa, restando comunque nella loro città. Ne avevo bisogno per crearmi lo spazio necessario a trovare una strada mia, o comunque era quello che pensavo. Tutto sommato stavo meglio senza le troppe regole insensate che c’erano in casa dei miei. Potevo imparare a sentire quello che era giusto per me; sì, insomma, a pensarci almeno, a provare a prendere un posizione. (altro…)